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Racconto



 

Può bastare

                                                                                                                                              

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Michela va di corsa stamattina: bancomat, spesa, bollette da pagare. Cammina spedita per i corridoi del centro commerciale ed ecco che lui spunta all'improvvi-so, facendola sussultare.
È quell'uomo che incontra tutti i giorni davanti alla scuola di sua figlia, un papà in attesa come tanti altri. Ma lei lo ha notato, è il suo tipo: sguardo profondo e bel sorriso.
L'anno precedente, si erano scambiati dei cenni di riconoscimento, dopo aver condiviso una di quelle conversazioni tra genitori che si fanno in attesa della campanella, niente di più. Ma alla ripresa della scuola, quei cenni sono scomparsi e anche quelle occhiate, che in un momento di debolezza le avevano fatto sentire le gambe molli. Ha pensato "Meglio così", sollevata.
Vuole passare oltre, con un cenno del capo e mezzo sorriso, ma lui le va incontro, la mano protesa.
«Non ci siamo mai presentati. Mi chiamo Leonardo.»
«Michela», risponde con un filo di voce.
Lui le tiene la mano, sembra che non voglia lasciarla, la fissa dritto negli occhi. Si guarda intorno, rapido, la trascina in un angolo, la prende per le spalle e la bacia. A lungo.

Presa alla sprovvista, si irrigidiva, ma lui insisteva in questo bacio forte e morbi-do, la spingeva contro il muro. Con il suo corpo addosso, sentiva che le gambe non l'avrebbero sorretta ancora per molto.
La sua mano era dietro la nuca e con le labbra scendeva sul collo, tornando poi su fino all'orecchio.
«Lunedì mattina, dopo l'entrata a scuola, ti aspetto al parcheggio.»
La lasciava lì, senza aggiungere altro.

Lunedì mattina, passate le otto, era seduta sul letto, vestita. Era indecisa. La figlia a scuola, il marito al lavoro e lei? Doveva fare le pulizie di casa, invece era para-lizzata dall'indecisione, eccitata dal ricordo delle sue labbra sul collo.
Una mezz'ora dopo, arrivava con la bicicletta al parcheggio dietro la scuola. Lui era ancora lì. Aveva sperato di non trovarlo e rimanere delusa.
Era poggiato allo scooter, alzava lo sguardo, si toglieva gli occhiali e le sorrideva. Non doveva sorriderle in quel modo.
Le porgeva il casco e, senza dire una parola, metteva il suo, accendeva lo scooter, toglieva il cavalletto. Lei saliva sul sellino: i loro corpi aderivano perfettamente.
Prendevano la statale verso fuori città e, dopo una ventina di minuti, svoltavano in una strada sterrata. Di fronte a una vecchia casa colonica, alquanto malandata, scendevano dallo scooter e si toglievano i caschi.
Lui la osservava apertamente, per studiare le sue reazioni. Lei era tesa, cercava di dissimulare, ma non ci riusciva.
Le prendeva la mano e le diceva piano «Entriamo.»

L'interno della casa era meno fatiscente dell'esterno; attrezzi e macchinari erano sistemati in ordine un po' ovunque.
«Era la casa dei miei nonni. Mio padre continua a coltivare la terra e nel tempo libero gli do una mano. Ci sono tanti ulivi, presto ci sarà la raccolta. È come una festa: veniamo tutti qui, fratelli, cugini, con mogli e figli, stiamo dalla mattina alla sera.»
Aveva un timbro di voce basso e roco, la cadenza della zona, a cui lei non si era ancora abituata, era evidente nel suo modo di parlare.
Le sue chiacchiere stonavano con la situazione: in fondo si erano incontrati per un motivo ben preciso. “Che ci importa delle nostre vite fuori da qui?”, pensava.
«Io sono cresciuta in una grande città» rispondeva banalmente.
La portava in giro per il casale: una stanza attrezzata con cucina a gas e frigorife-ro, un bagno completo di doccia, tutto era in ordine e pulito. Restavano in silen-zio, lui la teneva sempre per mano.
Entravano nella stanza in fondo, una luce tenue filtrava dalle persiane socchiuse: un grande letto in noce poggiato alla parete di fondo, un armadio, un comò e co-modini coordinati, mobili vecchi ma tenuti bene.
La situazione le sembrava squallida: era con un perfetto sconosciuto, in una vec-chia casa nel mezzo della campagna, senza la possibilità di andarsene, in una ca-mera da letto vecchia che emanava un leggero odore di muffa. Poteva solo sco-parci, con questo tizio, quest'uomo silenzioso, sicuro di sé. Non aveva altra scelta, non poteva tornare indietro.
Ma, nello stesso tempo, alcuni particolari la rassicuravano: l'ordine e la pulizia del posto; le loro mani allacciate, sintomo che forse lui non era così sicuro: “A un mio cenno, lui mi riporterà a casa senza pretendere nulla.” Ne era sicura. Quella stessa stanza: il letto era rifatto, le lenzuola pulite, c'erano candele sul comò e i comodini, quella discreta penombra.
Lui lasciava la sua mano e si avvicinava al comò per accendere le candele una per una, con calma, come se anche questo facesse parte dei preliminari. Si muoveva per la stanza conscio dello sguardo di lei.
Lei guardava i suoi muscoli sotto la maglietta, le sue mani.
Lui chiudeva la finestra: la stanza era illuminata solo dalla luce delle candele e l'atmosfera aveva uno strano effetto su di lei.

Di colpo aveva voglia di andarsene: “Cosa ci sto a fare in questo posto, chi è que-sto Leonardo del cavolo che si è precipitato così a capofitto dentro la mia vita e che mi chiede di accettare quest'alcova, questo posto perfetto dove consumare la mia, la nostra avventura di quarantenni annoiati”.
Lui la guardava, osservava le sue reazioni, pronto a correre ai ripari a una sua defezione.
Lei si girava, diretta verso la porta.
Con due rapide falcate le era di nuovo vicino e riprendeva la sua mano, come se l'interruzione di quel contatto fosse stata la causa della sua fuga.
Era una stretta forte, ma priva di violenza. Con delicatezza, la prendeva per le spalle e la girava verso di sé, piantava i suoi occhi neri dentro i suoi.
«L'ho fatto ieri sera, sono uscito a bere con gli amici e poi sono venuto qui per prepararlo. Ci ho pensato tutta l'estate. Immaginavo la tua pelle bianca illuminata dalle candele.»
Lo guardava incredula. "Ci ho pensato tutta l'estate" le risuonava nella testa come un segnale di pericolo, come un allarme antincendio.
Lei non sapeva cosa dire, e lui era troppo vicino. I suoi occhi non la lasciavano andare.
La baciava, di nuovo quel bacio forte, ruvido, insistente, che non tralasciava nulla: non poteva più resistere, si arrendeva a lui.
La circondava con le sue braccia grandi e la guidava fino al bordo del letto, conti-nuava a baciarla. La faceva sedere, si inginocchiava per sfilarle gli stivali, li toglieva e le accarezzava le gambe sotto i pantaloni.
Lei lo guardava, con una mano gli accarezzava la testa, lui alzava lo sguardo e le sorrideva, in quel modo che lei non sapeva spiegare.
La baciava mentre le sbottonava i pantaloni, la faceva sdraiare per toglierli, con movimenti di una gentilezza infinita.
Lei non capiva cosa le stava succedendo: non sentiva più i muscoli, non riusciva a muoversi, si concentrava solo sul contatto tra la sua pelle e le mani di lui.
In pochi minuti, si ritrovava nuda al centro del letto, mentre lui era ancora com-pletamente vestito. Le sue mani, le sue labbra e la sua lingua avevano già fatto il giro del corpo di lei molte volte e sembrava non volesse mai smettere. Con un braccio le bloccava qualsiasi iniziativa.
La girava supina e si staccava da lei. Sentiva che si spogliava. Le si sdraiava di fianco, la sua pelle irsuta era a contatto con quella di lei, la sua erezione le premeva contro la coscia. La accarezzava, con la mano aperta, dalla schiena fino alle cosce, passando poi con le dita all'interno. Il suo viso era rivolto dall'altra parte, mentre lui le sussurrava il suo nome nell'orecchio.
Lei si girava di fianco, i loro occhi si incontravano di nuovo. Nei suoi occhi, lei vedeva l'abisso profondo in cui aveva deciso di perdersi.
Poi, non sapeva come, lui era sopra di lei, dentro di lei e si muovevano insieme, con un sincronismo che non aveva mai provato, e insieme godevano, urlando.

Facevano la doccia come se fosse la cosa più naturale del mondo, si lavavano l'un l'altra. Rimanevano in silenzio, le parole facevano paura.
Si asciugavano e si rivestivano. C'era appena il tempo di tornare a casa prima di andare a riprendere i bambini a scuola.
Al parcheggio lei riprendeva la bicicletta, si salutavano con un cenno e uno sguardo intenso.

A casa Michela non ha il tempo di pensare: mette via le cose della colazione e prepara il pranzo. Si sente languida e svuotata: le tornano in mente momenti passati insieme a lui, la sensazione delle sue mani, l'orgasmo intenso che aveva provato. “Cosa farò rivedendolo fuori la scuola? Come mi comporterò? E come si comporterà lui?”.
All'uscita, quel giorno, lui non si presenta. Neanche nei giorni successivi. Non l'ha più visto.
Dopo due settimane che non lo incontra più, si fa coraggio e avvicina un altro ge-nitore che lo conosce. Dopo aver parlato del più e del meno, del tempo e dei figli, della scuola e delle maestre, gli chiede d'un fiato: «Sai chi non ho più visto? Leo-nardo, mi sembra che si chiama. Tu sai com'è? Forse lavora?»
Vede il suo interlocutore farsi scuro in viso.
«Purtroppo no. È morto in un incidente con lo scooter due settimane fa, mentre stava venendo a prendere il figlio a scuola.»
Non sa come fare a rimanere in piedi. Mormora «Mio Dio!», con la mano davanti alla bocca.
L'uscita dei bambini la salva. Non ricorderà mai come è riuscita a tornare a casa.
Non è andata al suo funerale, non ha mai visto la sua tomba, non ha letto i mani-festi funerari, ma lei non li guarda mai. Non sa qual è il suo cognome.
Michela sa che è incinta, e questo può bastare.